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I fondatori di Icona Group raccontano otto anni di lavoro, il confronto tra due visioni differenti e la responsabilità di far crescere una squadra giovane. «Abbiamo ancora tanto da imparare. La soddisfazione più grande è vedere crescere le persone insieme a noi».
Come si passa dal proprio mestiere alla responsabilità di un’impresa? Per Marco De Vita e Mattia Palma, fondatori di Icona Group, la risposta si è costruita nel tempo: imparando a lavorare insieme, mettendo in discussione le proprie idee e facendo spazio alle competenze degli altri.
Il loro percorso comincia otto anni fa e ha le sue radici a Napoli. De Vita, oggi Founder & CEO, arriva dalla comunicazione e dalla produzione creativa, con una particolare attenzione alla moda, alle campagne fotografiche e alla costruzione dell’immagine. Palma, Founder & ADV Director, porta una preparazione tecnica e una visione strategica legata all’advertising, ai dati e alla misurazione dei risultati.
Il progetto nasce inizialmente con un altro nome e diventa ICONA dopo un percorso di evoluzione. Oggi conta circa 14 professionisti, affiancati da una rete di collaboratori esterni, e lavora con realtà di settori diversi, dalla moda alla ristorazione. Ma, nel racconto dei fondatori, il punto centrale resta il passaggio dal lavoro individuale alla costruzione di una squadra.
Come è cominciato il vostro percorso insieme?
Marco De Vita: «Dall’incontro di due competenze diverse. Io ero molto concentrato sull’immagine, sulla produzione e su quello che un brand riusciva a trasmettere. Mattia aveva una lettura più analitica, legata alla strategia e ai risultati. Ci siamo resi conto che, lavorando insieme, potevamo dare risposte più complete. Il progetto è cresciuto nel tempo, attraverso il lavoro e l’esperienza».
Mattia Palma: «Abbiamo imparato a confrontarci. Quando hai una preparazione diversa, puoi guardare lo stesso problema da due punti di vista e arrivare a conclusioni differenti. Ascoltarsi serve proprio a questo: accorgersi anche di quello che, da soli, si rischia di non vedere».
Creatività e numeri possono entrare in conflitto?
Marco De Vita: «Sì, può succedere. Ci si può affezionare a un’idea perché visivamente funziona o perché racconta qualcosa in cui si crede. Poi bisogna chiedersi se è adatta a quel cliente, a quel pubblico e a quell’obiettivo. Per me il confronto con Mattia è importante anche per questo: mi aiuta a guardare il progetto nella sua interezza».
Mattia Palma: «E vale anche nella direzione opposta. I dati vanno interpretati, tenendo conto del contesto e del lavoro che c’è dietro. La costruzione di un’identità richiede tempo. Cerchiamo di trovare un equilibrio tra ciò che possiamo misurare nell’immediato e ciò che stiamo costruendo nel lungo periodo».
Che cosa avete imparato passando dal vostro lavoro alla gestione di una squadra?
Marco De Vita: «Che saper fare bene il proprio mestiere è solo una parte del compito. Quando altre persone lavorano con te, devi imparare a dare indicazioni chiare, ascoltare, organizzare e assumerti delle responsabilità. È un percorso che stiamo ancora facendo. Avere una squadra significa anche riconoscere che su tante cose ci sono persone più preparate di te e lasciare loro lo spazio per contribuire».
Mattia Palma: «La crescita porta la necessità di un metodo. Servono priorità, ruoli e momenti di confronto. Cerchiamo di migliorare questi aspetti perché incidono sia sulla qualità del lavoro sia sul modo in cui le persone vivono la giornata in azienda».
Quanto conta Napoli nella vostra storia?
Marco De Vita: «Conta molto, perché è casa. Qui ci sono le nostre radici, i rapporti e tante delle esperienze che ci hanno formato. Napoli ci ha dato stimoli e occasioni di incontro. Ci piacerebbe che il nostro lavoro contribuisse, anche in piccola parte, a creare opportunità per altri giovani. Senza la pretesa di rappresentare nessuno: provando a fare bene la nostra parte».
Mattia Palma: «Il legame con Napoli convive con la curiosità verso quello che succede altrove. Lavorare con settori e realtà differenti ci aiuta a imparare, a confrontare approcci e a riportare queste esperienze nel lavoro quotidiano».
Marco, hai parlato del desiderio di dimostrare che si può costruire qualcosa anche partendo da zero. Che cosa intendi?
Marco De Vita: «Conosco la sensazione di avere delle idee e fare fatica a trovare qualcuno disposto ad ascoltarle. Per questo mi piacerebbe incoraggiare chi si trova in quella fase. So però che ogni percorso è diverso e che l’impegno, da solo, non rende tutto semplice. Contano le opportunità, le persone che incontri e la fiducia che qualcuno decide di darti. Noi abbiamo lavorato tanto, ma abbiamo anche ricevuto fiducia. È una cosa che cerco di ricordare sempre».
Oggi lavorate con circa 14 professionisti. Che rapporto avete con le nuove generazioni?
Marco De Vita: «Mi fa piacere vedere una persona giovane prendere fiducia nelle proprie capacità. Magari all’inizio interviene poco, poi comincia a proporre, a gestire un progetto, a trovare il proprio spazio. Sono soddisfazioni importanti. Cerchiamo di dare occasioni concrete, sapendo che anche noi dobbiamo migliorare nel modo in cui accompagniamo questa crescita».
Mattia Palma: «Dare spazio significa anche mettere una persona nelle condizioni di lavorare: condividere gli obiettivi, spiegare le scelte, dare un riscontro sul lavoro. La responsabilità deve crescere insieme agli strumenti e all’esperienza».
Dalla moda siete arrivati anche al food e all’hospitality. Che cosa vi ha insegnato questo passaggio?
Marco De Vita: «La moda ci ha abituati a prestare molta attenzione all’immagine e alla coerenza. Nella ristorazione abbiamo ritrovato questa esigenza, insieme a una dimensione molto concreta: quello che comunichi deve corrispondere a ciò che una persona vive quando entra nel locale. L’accoglienza, il cibo, l’atmosfera. Lavorare vicino ai ristoratori ci ha fatto capire quanto ogni dettaglio dipenda dal lavoro quotidiano di tante persone».
Mattia Palma: «Ci ha insegnato anche a distinguere la visibilità dai risultati. Un contenuto può ricevere molta attenzione, ma bisogna capire quanto quella attenzione contribuisca agli obiettivi dell’attività. Per farlo serve dialogo con l’imprenditore e una conoscenza del suo contesto. La comunicazione è una parte del lavoro e deve essere coerente con il resto».
In questo percorso si inserisce Icona Format Lab. Da quale esigenza nasce?
Marco De Vita: «Nasce anche da una mia passione personale per la ristorazione. Nei viaggi, in Italia e all’estero, mi ha sempre incuriosito capire cosa renda un luogo speciale: la cucina, certamente, ma anche l’accoglienza, l’atmosfera e la coerenza dei dettagli. Osservare, studiare e vivere queste esperienze mi ha insegnato molto, così come il confronto con chi fa questo mestiere ogni giorno.
Con il tempo abbiamo cominciato a portare nel food alcune sensibilità maturate nella moda: l’attenzione all’identità, all’immagine e a ciò che rende un brand riconoscibile e desiderabile. Dall’incontro tra fashion culture e food culture nasce Icona Format Lab.
È un laboratorio in cui mettiamo insieme strategia, creatività, progettazione e cultura gastronomica, coinvolgendo professionisti con competenze diverse. Affianchiamo imprenditori, ristoratori, chef e realtà dell’hospitality che vogliono dare forma a un’idea o far evolvere un progetto esistente. Il primo passo è ascoltarli: conoscere la loro storia e capire cosa desiderano costruire».
Mattia Palma: «A questo lavoro affianchiamo una lettura strategica: il pubblico, il posizionamento, gli obiettivi e le possibilità concrete di sviluppo. L’identità deve trovare coerenza nell’esperienza offerta e nelle scelte commerciali. Il nostro contributo è aiutare a tenere insieme questi aspetti, rispettando le caratteristiche e i tempi di ogni progetto».
Qual è la vostra ambizione per i prossimi anni?
Mattia Palma: «Consolidare quello che stiamo costruendo. Migliorare l’organizzazione e la qualità del lavoro, continuando a imparare. La crescita deve essere qualcosa che riusciamo a sostenere e a gestire bene».
Marco De Vita: «Vorrei che crescessero insieme l’azienda e le persone che ne fanno parte. E vorrei conservare la gratitudine verso chi ci ha dato un’occasione: clienti, collaboratori e persone che hanno creduto in noi. Dopo otto anni sentiamo di aver costruito una base, ma abbiamo ancora tanto da fare. Proviamo a farlo un passo alla volta».

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